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PaccoOggi, in ufficio, ho ultimato il mio ennesimo trasloco. Il terzo dall’inizio dell’anno corrente, il decimo da quando ho iniziato la mia carriera ministeriale, nel lontano 1999.

Ieri, all’improvviso, a me e ai miei colleghi, è stato comunicato che la stanza dove stavamo attualmente era richiesta dall’ufficio di gabinetto e noi dovevamo andarcene immediatamente, entro il giorno.

in questi casi lasciare la stanza il più presto possibile è un imperativo, un ordine. Non si fanno domande: si raccattano le quattro cose che si hanno, si impacchetta tutto e si aspettano gli operai. Ed è così che, seduta stante, abbiamo lasciato la stanza.

Al ministero la gestione delle stanze ha un sapore arcaico, medioevale: ciascun “potente” (direttore generale, capo dipartimento, dirigenti di alto rango) dispone, a suo piacimento e a seconda della sua importanza, di un certo numero di stanze, e usa questa disponibilità come oggetto di scambio, insieme a molte altre, con gli altri notabili.

E dire che questa stanza, dove eravamo da qualche mese, sembrava “inattacabile” da questo punto di vista: l’assicurazione della nostra permanenza lì dentro “sine die” ci era stata fornita niente-popo-di-meno-che dal direttore generale in persona: a nulla sembravano sortire le “richieste/intimazioni di sgombero” che più di una volta ci erano nel frattempo arrivate. Credevamo, come si suole dire, di essere in una “botte di ferro”.

Ma questa stanza, posta al quarto piano del Collegio Romano – la parte nobile dell’edificio che ospita il ministero, evidentemente, è appetibile; e la nostra “inattacabilità”, evidentemente, non era tale…

Di solito il vorticoso cambio di stanze si ha quando cambia il ministro o a seguito di un semplice rimpastino (basta che cambi anche solo un sottosegretario o il capo di gabinetto): in questi casi si scatena la corsa all’accaparramento delle stanze migliori e non si guarda in faccia a niente e nessuno; non sembra essere questo il caso, eppure…

Ieri, trovandomi in questa situazione, mi sono rivenuti in mente i miei primi giorni di permanenza al ministero, più di sette anni fa, quando, catapultato in un mondo a me completamente ignoto, stentavo a capire dinamiche e comportamenti a cui ormai, invece, ora mi sono abituato.

I miei primi tre giorni, nel luglio del 1999, li trascorsi letteralmente a non fare nulla, in attesa di qualcosa, qualsiasi cosa, parcheggiato presso l’archivio del segretariato generale, aspettando che qualcuno si accorgesse che un nuovo dipendente aveva appena preso servizio.

Il mio primo ufficio è stata una scrivania vuota nello stanzone lunghissimo dell’archivio dell’ufficio di protocollo al terzo piano (che ora non c’è più grazie, credo, all’adozione del protocollo informatico).

Intorno a me circolavano personaggi entrati nel mio immaginario mitologico ministeriale: omini e donnine grigissimi (indipendentemente dall’età e dall’abbigliamento) il cui lavoro era soltanto smistare e protocollare la corrispondenza in entrata/uscita nel segretariato generale.

Mi è rimasta impressa l’immagine di uno su tutti: un napoletano minuto, giallo in viso, con enormi occhiali dalla montatura nera, esagerata, con un accento napoletano strettissimo, a me incomprensibile, dai movimenti nervosi e con una patina di grigio addosso nonostante l’abbigliamento dignitosamente elegante. Era il più attivo del personale dell’ufficio di protocollo, si muoveva, lentamente, in continuazione, andava e veniva, da e per gli innumerevoli uffici del ministero, sempre con qualcosa in mano: una lettera, un plico, un foglio, delle fotocopie, una rivista. Era una lenta trottola in un posto in cui invece tutti gli altri erano incredibilmente immobili.
Da quando ho lasciato quell’ufficio non l’ho più rivisto.

Il colpo d’occhio dell’archivio era insolito e, a per certi versi, bello, dava l’idea dell’archivio: un corridoio lungo e stretto stipato di scaffali pieni di faldoni, a loro volta pieni di pratiche e corrispondenza. Da una lato gli scaffali, metallici, riempivano la parete fin su al soffitto e dall’altra arrivavano, in basso, fino alla soglia degli enormi finestroni che si affacciano sul cortile interno, verdeggiante.

In mezzo, di fronte alle finestre, in fila per uno, ci stavano le cinque o sei scrivanie, spoglie, con pochissimi oggetti sopra, mai contemporaneamente tutte occupate e di fronte c’era appena lo spazio per il passaggio di una persona.

In fondo allo stanzone c’erano altre due stanze: una di esse era l’ufficio dell’omino che fisicamente mi accolse al ministero, un tizio scorbutico, di pochissime parole il cui compito era “prendere in consegna” il nuovo arrivato fino a che questo non fosse assegnato all’ufficio di competenza.

Ed è per questo motivo che io passai i miei primi tre giorni lì dentro: siccome eravamo a luglio, il dirigente che doveva firmare il mio contratto non sarebbe rientrato in ufficio prima di tre giorni, così io dovevo aspettare questo passaggio burocratico. E nel frattempo potevo anche non fare nulla. Anzi non dovevo fare assolutamente nulla (assume un sapore asprigno e profetico il ricordo di una mia richiesta di aiuto, forse il secondo o il terzo giorno, rivolta a qualcuno dell’ufficio – “Posso fare qualcosa? essere d’aiuto a qualcuno?” – la cui risposta fu: “Stai tranquillo, non avere fretta, non hai niente da fare? Allora vai a farti un giro!”).

E’ durato, come ho detto, tre giorni: poi qualcuno ha detto a qualcun altro che era arrivato, proprio lì, al ministero, un informatico vero (in un mondo lavorativo in cui tuttora la stragrande maggioranza degli informatici non lo sono ma lo sono diventati a causa dell’assenza di personale specializzato).

E da lì che ho iniziato a spostarmi di stanza in stanza…

A chi dice che i ministeriali non fanno nulla, rispondo che non è vero! hanno un sacco da fare… traslocare!